'O Maccaronaro e il suo "doje allattante": chi era e cosa faceva

Il termine "maccaronaro" si riferiva sia al rivenditore che al produttore di pasta. Ma di rivenditori "di strada" ce n'erano due tipi: gli stanziati, che avevano una postazione fissa e cuocevano al momento i maccheroni; e gli ambulanti, che invece giravano per la città con una cesta piena di maccheroni più o meno caldi, ma comunque già pronti.

Il grido dei maccaronari era inconfondibile: "Doje allattante", urlavano a gran voce per le strade. Il senso era con due centesimi si può comprare una pietanza che sfama e sazia. I maccheroni ebbero un grande successo dal 1800, tanto che i napoletani venivano soprannominati "mangia maccheroni".

I maccheroni inizialmente venivano lavorati a mano, poi con la trafila, non appena questa fu inventata. Ma un'altra tradizione dei maccheroni era il modo in cui venivano mangiati: direttamente con le mani, soprattutto dal lazzaro, dallo scugnizzo e dall'uomo del popolo.


'O Cabalista: colui che dettava numeri e fortuna ai napoletani

Non era altro che un "consulente" che consigliava, adducendo come validità della scelta una sorta di scienza esatta, i numeri da giocare. Spesso lo faceva in base ai sogni che gli venivano raccontati, altre volte semplicemente in base a misteriosi calcoli o persino congiunzioni astrali, o presunte tali. Si trattava spesso di personaggi eccentrici che vestivano in modo bizzarro e che vantavano poteri magici o di preveggenza, al punto che molti si recavano da loro anche per consigli in amore o lavorativi.

Era particolarmente raro, di fatto, che i numeri uscissero davvero: se i cabalisti avessero avuto davvero tali poteri Napoli vanterebbe il record di vincite al Lotto. Eppure i clienti continuavano a visitare queste figure. Probabilmente a spingerli era il semplice "Non è vero, ma ci credo", la paura di non averle provate tutte, il pensiero che "forse mi avrebbe dato davvero i numeri giusti questa volta". La speranza, insomma, a mantenuto per decenni questi simpatici truffatori..


L'arte dei guantai della Sanità: quando Napoli era "capitale dei guanti"

Per secoli Napoli ha rappresentato un'eccellenza nel mondo della moda e nella produzione di capi unici al mondo. Purtroppo, con l'avvento del mercato globale e della produzione industriale questo primato è andato via via affievolendosi, resistendo solo grazie ad alcuni esercizi storici famosi in tutto il mondo. Attualmente è difficile credere che Napoli possa essere definita la "capitale dei guanti", eppure è davvero così. 


Il suonatore di pianino: sapete chi era e cosa faceva?

Lo si sentiva girare per le strade di Napoli trainato da un cavallo, o spinto dallo stesso suonatore. Era uno dei tanti elementi che caratterizzava il folklore di Napoli, e la gente lo amava, tanto da affollarsi nei suoi pressi, acquistare le "copielle" e intonare insieme i canti. Parliamo del pianino, e del suo suonatore, che aveva il compito e il piacere di portare la musica in giro per la città.

Il pianino fu inventato nel 1700 da un modenese, Giovanni Barberi. Il cilindro del pianino, o organetto, funzionava più o meno come il cilindro di un carillon: quando ruotava su se stesso le sue punte rialzate causavano la vibrazione di piccole leve e il movimento delle corde ad esse collegate producendo varie melodie. Il pianino fu molto utilizzato in Italia, in Francia, in Belgio e in Olanda, ma il suo maggior successo lo ebbe a Napoli.


'O latrenaro, un antico mestiere napoletano: chi era e cosa faceva?

Oggigiorno siamo così assuefatti dai comfort da darli quasi per scontati, come se ci fossero dovuti per diritto. Non riflettiamo sul fatto che, un tempo, per avere il privilegio di godere di ogni singola comodità, c'era qualcuno che doveva lavorare duramente.

Stiamo facendo riferimento ad un antico ed umile mestiereormai andato in disuso, 'o latrenaro, noto anche come spuzzacessi o spuzzalatrine.

Il lavoro del latrenaro consisteva nel ripulire, come suggerisce il nome stesso, le latrine. In particolare, bisognava svuotare i pozzi neri relativi ai gabinetti dei bagni pubblici o di quelli condominiali.

Una volta svuotato il pozzo, tutto il materiale fecale raccoltoveniva in primis ammucchiato in enormi tinozze capienti, poi quest'ultime venivano poste su dei carretti. In seguito il tutto veniva venduto agli agricoltori che lo utilizzavano come concime per i loro terreni.

Una professione necessaria da un punto di vista igenico-sanitario, ma nauseabonda se si pensa ai tini puteolenti colmi di escrementi che venivano trasportati in giro per la città. Difatti il loro maleodorante passaggio era spesso accompagnato così "Sta passanne 'o carre d' 'e merdajuole, appilateve 'o naso".

Con il passare dei decenni e con la costruzione di una rete fognaria moderna ed efficiente, tale professione è ormai scomparsa e senza alcun dubbio è una delle poche che sicuramente non ricordiamo con nostalgia.


'A nevajola: sapete cosa faceva a Napoli?

Era un mestiere certamente insolito, ma anche molto originale. Si tratta della "nevajola", sapete cosa faceva? La nevajola era la venditrice di neve ghiacciata, come in parte si può intuire dal nome. Il suo mestiere era collegato per lo più alla vendita dei prodotti dell'acquaiolo, nel caratteristico chioschetto detto "'a banca 'e ll'acqua", soprattutto durante l'estate quando era necessario tenerli freschi o ghiacciati.

La materia prima era la neve, che veniva raccolta durante l'inverno quando cadeva copiosamente sul monte Faito o sulle pendici del Vesuvio, per poi essere ammassata in grotte sotterranee ('e Nevere) dove ghiacciata veniva venduta in estate.

Il ghiaccio era conservato nelle ghiacciaie e immesso in grandi botticelle foderate di sughero con un vano nella parte inferiore, dove erano sistemati blocchi di ghiaccio, che rendevano l'acqua o la bibita fresca o ghiacciata, perché raffreddata dal ghiaccio.

Così, la neve ghiacciata permetteva all'acquafrescaio di rispondere così alla domanda "Acquajuò! L'acqua è fresca?": "Manche 'a neva".


'A serengara: chi era e cosa faceva a Napoli

Oggi è uno dei mestieri più diffusi e richiesti in Italia e all'estero, ma in passato quello dell'infermiere era un lavoro difficile e molto rischioso. La figura ha cominciato ad essere disciplinata nel nostro Paese solo dall'inizio del XX secolo, con il Regio Decreto-Legge 15 agosto 1925 n. 1832, che prevedeva che le facoltà universitarie, i comuni e le istituzioni di pubblica beneficenza e assistenza sociale, potessero istituire apposite scuole professionali dove si conseguiva un diploma di Stato per l'esercizio della professione di infermiere.

Il primo codice deontologico delle infermiere italiane venne emanato nel 1960, mentre nel 1973 le scuole per infermieri professionali divennero triennali in accordo con le indicazioni europee stabilite nel Rapporto di Strasburgo. La legge del 19 novembre 1990, n. 341, istituì per la prima volta un apposito corso di laurea in scienze infermieristiche che sancì l'ingresso della formazione universitaria quale requisito privilegiato per l'esercizio della professione di infermiere.

Questo preambolo dà l'idea dell'evoluzione che ha subito nel tempo il mestiere di infermiere prima di essere regolamentato e dotato di condizioni sicure. A Napoli è da sempre un lavoro molto richiesto e inflazionato, e in tanti, soprattutto le persone di una certa età, ricorderanno il ruolo della "serengara", l'esperta di iniezioni.

'A serengara, infatti, veniva ingaggiata in caso di necessità e pagata con una cifra che variava a seconda della sua bravura e del numero di interventi. Prima di procedere con l'iniezione, la serengara faceva bollire ago e siringa per disinfettarli, ma le condizioni igieniche degli strumenti, che venivano riutilizzati più volte, erano comunque molto approssimative.

Oggi il mestiere di infermiere richiede molto più tempo e titoli di studio, prima bastavano un ago, una siringa e un malato da aiutare.


`O Scistajuolo: chi era e cosa faceva

Probabilmente le vostre mamme non lo ricordano, le vostre nonne sì. Ed è bello ogni tanto rispolverare un po' di sana tradizione napoletana e fare un tuffo nel folklore di un passato che era semplice e sapeva di buono. Oggi, infatti, vi parliamo di un antico mestiere, purtroppo scomparso da tempo come molti altri lavori "inventati" dal nulla ma capaci di dare dignità e pane a tavola a tanta gente.

Parliamo de "'O Scistajuolo", venditore di petrolio (detto scisto o cisto), che veniva utilizzato soprattutto per le lampade, sostituendosi all'olio per questa funzione, ma anche per lucidare i pavimenti delle case dei nobili, o addirittura come tintura per capelli.

Quando cominciò a diffondersi, questo nuovo prodotto non fu accolto bene dai consumatori, che lamentavano il cattivo odore rispetto all'olio usato fino a quel momento.

Per questo motivo, il termine "cisto" divenne sinonimo di qualcosa di cattivo, sia che si parlasse di cibo che di persone.

Putroppo, come anticipato sopra, anche questo mestiere è andato via via scomparendo. Con l'avvento dell'elettricità e di prodotti chimici più raffinati, la figura dello Scistajuolo è diventata superflua, se non in qualche raro caso in cui il petrolio veniva utilizzato per oliare le tapparelle o le serrande di case e negozi.


Addio a Zi' Tonino, l'ultimo sciuscià di Napoli: un mestiere antico 70 anni

Zi' Tonino svolgeva la sua attività da sempre per le strade di via Toledo, con grande passione e con un bel sorriso. Si dice addio, così, non solo all'uomo ma anche ad un'intera professione che ha radici profonde nella storia di Napoli.

Il termine "sciuscià" deriva probabilmente dalla deformazione in dialetto napoletano del termine inglese shoeshine che stava ad indicare il mestiere del lustrascarpe. Nacque durante la seconda guerra mondiale ed era molto diffuso come termine tra gli scugnizzi napoletani (oggi è in disuso). Fu poi reso ancor più celebre dal omonimo film di Vittorio De Sica.

Durante l'occupazione degli americani erano gli scugnizzi, i giovani bambini napoletani, a lustrare le scarpe dei passanti e dei soldati. Il guadagno non era alto, giusto qualche lira per potersi permettere di comprare da mangiare. Zi' Tonino svolgeva il mestiere di sciuscià con grande dedizione e, anche se può sembrare strano, tanti erano i suoi clienti. Anche nel suo caso il guadagno non era altissimo.

Ha raccontato di aver lustrato le scarpe di Totò, di Gina Lollobrigida fino a personaggi più recenti quali Berlusconi. Con Antonio Vespa muore l'ultimo sciuscià di Napoli e si chiude un'epoca fatta di antichi mestieri poveri ma svolti con tanto amore e passione.


'O Casadduoglio: perché il salumiere a Napoli si chiamava così?

 Viviamo ormai nell'era delle grandi catene di supermercati dove è possibile trovare tutto, in qualunque momento. Fortunatamente in alcuni luoghi, come a Napoli, le persone tendono ancora a fare la spesa nei piccoli negozietti di fiducia. In particolare è la salumeria che ancora possiede il monopolio degli acquisti dei napoletani: un luogo in cui è possibile trovare tutto, dagli affettati ai formaggi, dalla pasta al pane.

Qualche anziano potrebbe ancora oggi chiamare il salumiere "casaduoglio" o "casadduoglio". Questo termine antichissimo risale a quando questo esercizio commerciale era l'unico posto in cui comprare viveri diversi da frutta e verdure: il casaduoglio vendeva formaggi, salumi, olio e pasta, come le salumerie moderne, ma anche saponi, detersivi ed oggetti di uso domestico.

Il nome stesso nasce dall'unione dei due prodotti tipici: il "caso", dal latino "caseum" (formaggio), e l'uoglio, dal latino "oleum" (olio). Non esiste differenza fra "casaduoglio" e "casadduoglio". Il raddoppiamento della "d" è probabilmente arrivato nell'uso popolare del termine, ma la forma più corretta è senza dubbio quella senza doppia.


Chi era 'o lutammaro? Il vero "eroe" delle strade di Napoli

Spesso, quando si passeggia in determinati luoghi bisogna fare molta attenzione a non schiacciare qualche 'ricordino' di un amico a quattro zampe: questo a causa di padroni incivili che pur di non munirsi di palette e sacchetti ricoprono le strade di escrementi. Decine di anni fa, però, non c'erano regole che imponevano queste cose ai proprietari di animali, eppure le strade restavano quasi sempre pulite. Le persone erano più civili? Non in questo caso.

In silenzio, ignorato da tutti, il "lutammaro" era il vero eroe delle strade di Napoli. Questa figura professionale ormai scomparsa raccoglieva gli escrementi di ogni tipo, in particolare quelli che rilasciavano i cavalli delle numerose carrozze del tempo. Si occupava anche di raccogliere carcasse di animali morti o di pulire bagni pubblici e pozzi neri. Questi scarti non venivano sprecati, ma rivenduti ai contadini come concime.

Il nome "lutammaro" deriva da "lutamma", che in napoletano significa "escrementi". A sua volta, questo termine affonda le sue radici nel latino "lutum", che stava ad indicare una melma maleodorante. Nonostante l'importante ed utile lavoro, il "lutammaro" veniva spesso disprezzato ed allontanato a causa delle sostanze con cui aveva a che fare. Ancora oggi si usa il termine "lota", derivante da "lutammaro", per offendere gravemente qualcuno.


'O solachianiello: chi era e perchè si chiama così

Tra gli antichi mestieri praticati un tempo nella città di Napoli, quello del solachianiello merita assolutamente di essere raccontato.

Facciamo chiarezza, chi era il solachianiello?

'O solachianiello, come il termine dialettale suggerisce composto da sola, suola, e chianiella, un tipo di scarpa fatta a forma di pantofola, era colui che riparava le scarpe, un vero e proprio ciabattino che esercitava la sua professione sia a domicilio che in bottega. La sua cerchia di clienti era solitamente composta da quelle persone che, non potendo permettersi l'acquisto di un nuovo paio di scarpe, decidevano di aggiustare, finchè possibile e in tempi rapidi, quelle usurate.
Non è quindi un caso che le vecchie botteghe dei calzolai erano note come "rapide". Rapide perché coloro che si recavano in negozio necessitavano di una riparazione fatta ad arte e in tempi brevi per non rimanere a piedi nudi.

L'artigiano, il masto delle scarpe, utilizzava pochi e semplici strumenti, un po' di colla, qualche semmenzella, un martelletto, un punteruolo e qualche ago.
Ciò che però rendeva questa figura unica nel genere era la fiducia che gli veniva riposta: chi si rivolgeva a lui affidavanelle sue mani un bene prezioso e indispensabile.

Questo mestiere, come tanti altri di quel tempo, è andato lentamente in disuso fino quasi a scomparire. Questo perché oggi viviamo nella società dell'uso e getta, dove ciò che è rotto o usurato viene ben presto rimpiazzato da un nuovo oggetto. Pochissime sono le botteghe che ancora sopravvivono e sono solitamente quelle tramandate di padre in figlio caratterizzate da un aspetto retrò che profuma ancora della Napoli che fu.


'O parulano: chi è e perché si chiama così in napoletano

Il modo di fare la spesa si evolve sempre di più: le grandi catene di supermercati hanno preso in tutto il mondo il posto dei piccoli mercati locali e, fra poche decine d'anni, tutto quello di cui avremo bisogno ci verrà consegnato direttamente a casa dai droni. Fortunatamente, in luoghi come Napoli le tradizioni sono dure a morire e tutti noi siamo abituati ancora a girare fra banchi con ogni genere di alimenti, fra voci e richiami dei venditori. Fra questi troviamo il "parulano".

In questo modo i napoletani hanno sempre apostrofato il venditore d'ortaggi o, più in generale, l'orticoltore. Talvolta, "parulano" viene usato anche per definire qualcuno che manifesta un linguaggio scurrile o modi rozzi, associando ingiustamente simili atteggiamenti a quelli di persone provenienti dalla campagna. In realtà, il termine è antichissimo ed al giorno d'oggi è abbastanza desueto.

La sua stessa origine è antichissima, come confermano anche gli studi di Raffaele Bracale. Deriverebbe, infatti, da "parula", una trasposizione del latino "paludem" (palude). I romani trasformarono gran parte delle zone paludose intorno alle città in campi coltivati e, quindi, per loro quelli che portavano prodotti ortofrutticoli in città erano gli abitanti delle (ex) paludi. Una denominazione che si è tramandata nella nostra lingua fino ad oggi.


"'O Stagnino, 'o Stagnino!": chi era e cosa faceva?

Attualmente viviamo in una società in cui rapidità e velocità la fanno da padrona, dove regna la filosofia dell'usa e getta, dove ciò che è usurato non viene riparato ma prontamente sostituito.
Un tempo non era così, si cercava di ridurre al minimo gli sprechi e risparmiare fino all'ultimo centesimo, infatti ciò che era rotto andava necessariamente aggiusto.
Proprio per questo esistevano tante figure apposite capaci di donar nuova vita agli oggetti deteriorati. Tra queste ricordiamo il mestiere dello stagnino, ma chi era costui?

Probabilmente i nostri nonni ricorderanno bene l'inconfondibile richiamo - "'O stagnino, 'o stagnino!"- di questo particolare artigiano che si aggirava con il suo inseparabile carretto tra le vie e le strade dei paesi e delle piccole città, pronto ad assolvere ai bisogni delle famiglie.
Il compito dello stagnino era quello di riparare utensili, pentole ed altri oggetti di rame che, con il passar del tempo, s'erano ossidati, ovvero quelli che riportavano, in superficie, una patina colorata chiamata "verderame". L'abile artigiano per eliminarla utilizzava lo stagno, il quale, essendo un elemento neutro, non rilasciava sostanze nocive ne alterava i sapori degli alimenti.

L'attrezzatura dello stagnino era sempre la stessa: una forgia, alcune pinze di diversa dimensione per afferrare le ciotole contenenti lo stagno fuso o per manipolare i pezzi arroventati sul fuoco, delle cesoie, alcuni punteruoli, martello, tenaglie, forbici e incudine.

Per effettuare una corretta stagnatura, l'artigiano doveva seguire un procedimento lungo e minuzioso che, inevitabilmente, richiedeva molta pazienza ed attenzione. Gli oggetti solitamente erano consegnati dalle donne in mattinata e riconsegnati alle stesse dall'abile saldatore in serata.

Lo stagnino, nei tempi in cui l'acqua potabile non era ancora arrivata nelle case, era impegnato nella realizzazione delle grondaie che portavano l'acqua piovana alle cisterne.
Invece coloro i quali non erano itineranti ma possedevano una bottega, erano soliti, oltre che riparare oggetti d'uso domestico, creare strumenti utili in casa, come caffettiere, imbuti, secchi e contenitori vari.

A causa del progresso tecnologico, questo mestiere è scomparso lentamente, sostituito da macchinari sempre più rapidi per la riparazione o addirittura da nuovi, nuovissimi oggetti pronti per essere usati e buttati al minimo segno di cedimento.


'O Cardalana: l'artigiano a domicilio

"'O Cardalana, 'o cardalana" - fino a trent'anni fa circa, tra le strade della città di Napoli, era questa la frase di rito urlata da un megafono montato su un'automobile.
Chi era 'o Cardalana? E qual era la sua mansione?

'O Cardalana, conosciuto anche come o' materazzaro, attualmente fra le figure professionali andate in disuso, era colui che si occupava "rimettere a posto" i materassi usurati, appiattiti e poco morbidi.

'O Cardalana, non possedendo una bottega personale, era solito essere chiamato a domicilio una volta l'anno per sistemare l'imbottitura del materasso fatto di lana o di piume o addirittura, in tempi più antichi, di foglie o di fibre vegetali.

Il lavoro veniva effettuato con l'ausilio di uno strumento chiamato scardasse - ecco perché era definito anche scardassiere - che allargava la lana e la rendeva più voluminosa e soffice.

Lo scardasse era composto da due parti chiodate, una fissa e un'altra mobile: la lana, dopo essere stata lavata e fatta asciugare, veniva adagiata sulla parte fissa e allargata con quella mobile. L'intera operazione durava qualche giorno e di certo non era un toccasana per la salute dell'artigiano dato che, battere di continuo la lana, non faceva altro che alzare un gran cumulo di polvere e peli, provocandogli una fastidiosa tosse e il "tappo al naso".

Al materassaio toccava anche il compito di rinfilare i fiocchetti e di ricucire, da entrambi i lati, il bordo del materasso con degli aghi lunghissimi, i cosiddetti aghi saccurali.

Oggigiorno il materasso non rientra più tra i beni familiari di valore da tramandare alle generazioni future, il lavoro manuale è stato sostituito da moderni macchinari automaticiche producono una gran varietà di modelli esposti in veri e propri show room del materasso.


'O zarellaro: dove potevi comprare di tutto

Oggigiorno quando abbiamo la necessità di acquistare un particolare prodotto siamo soliti andare in punti vendita specializzati. Un tempo nella città di Napoli, esistevano delle botteghe di ridotte dimensioni, nelle quali era possibile reperire un po' di tutto e di più.
Colui che lavorava all'interno di quest'emporio era conosciuto come 'o zarellaro o, al femminile, 'a zarellara, ed era il cosiddetto merciaio. Il caos e l'estremo disordine erano i tratti distintivi di questo stravagante esercizio commerciale. Non di rado, 'o zarellaro esibiva la propria baraonda di oggetti e articoli non in un piccolo emporio, ma su un carretto ambulante.

La bottega era, al tempo stesso, una merceria, una cartoleria e, perché no, anche una sorta di parafarmacia, dove si poteva trovare di tutto: ago, cotone, bottoni, forbici, spugne, secchi, scope, "mazze p' lava' 'nterra", strofinacci, quaderni, astucci, penne e cancelleria varia, ma anche giocattoli, bambolotti, lacci per le scarpe e tutto l'occorrente per lucidarle. Senza dimenticare di altra merce come scopettini per il gabinetto, siringhe, aghi per iniezioni, ovatta, alcool, pappagalli e pale per gli allettati. Il tutto contornato da dolciumi per bambini sparsi qua e là come i lecca lecca e le caramelle.

Originariamente 'o zarellaro vendeva solo accessori utili per effettuare piccoli aggiusti di sartoria domestica. Di fatto il mestiere in questione, nacque proprio per fornire alle donne di casa quei piccoli oggetti, chiamati per l'appunto zagarelle, di cui avevano bisogno per rattoppare o cucire i capi d'abbigliamento. Poi, con il passare degli anni, ha arricchito la sua varietà.
Proprio per il suo modo di fare commercio in maniera confusionaria, il termine zarellaro viene utilizzato ancora oggi in senso dispregiativo per indicare un soggetto privo di professionalità.


'O Stricario, l'antico mestiere riconosciuto dal Re Ferdinando II

Un tempo nella città di Napoli non era difficile avvistare, soprattutto nei pressi di località marittime, dei piccoli chioschi specializzati nella vendita di ostriche e, con il tempo, anche di frutti di mare di ogni tipo.

Questo singolare venditore era conosciuto con il nome di Ostricario e la sua nobile arte non era destinata a tutti ma veniva tramandata per discendenza diretta, quindi di padre in figlio o, in casi eccezionali, a coloro i quali venivano giudicati come particolarmente meritevoli.

'O Stricario, al contrario del maruzzaro, non era un semplice venditore, piuttosto un esperto intenditore di frutti di mareche, con estrema cura, raccoglieva personalmente le ostriche dagli scogli per poi servirle ai clienti già aperte e pronte per essere gustate.
Solitamente i chioschi degli ostricari erano di colore verde, giallo o nero, ma solo ai migliori veniva concesso di installare una grande insegna con il nome proprio del venditore, seguito dal titolo Ostricario Fisico o Osticario d'Europa.

Il tanto ambito titolo di Ostricario Fisico fu inventato niente poco di meno che da Ferdinando II di Borbone, Re delle due Sicilie. Si narra che il Re fosse un vero amante dei frutti di mare e che, in un giorno del 1850, recandosi al mercato di Santa Lucia, un giovane venditore gli offrì un'ostrica proveniente dal Lago Fusaro.

Ferdinando II fu talmente entusiasta del sapore del frutto che, per elogiare la bontà del prodotto, replicò al giovanotto "voi siete un ostricario fisico!".
Probabilmente ciò che ispirò il Re nell'attribuire quest'appellativo fu il titolo di Dottor Fisico, dato solo ai medici che riuscivano a distinguersi negli studi di medicina e ricerca.


'O mpagliasegge": l'antico mestiere scomparso che ispirò Salvatore di Giacomo

Napoli è la città dai mille colori ma anche la città dai mille ed originali mestieri.

Tanti e vari sono i lavori artigianali che nei decenni hanno animato il capoluogo partenopeo, molti dei quali ormai scomparsi o miracolosamente sopravvissuti grazie ad un passaparola tramandatosi di padre in figlio. Un'antica professione che merita una particolare attenzione è quella praticata dai seggiolari o 'mpagliasegge.

I seggiolari, mestiere principalmente svolto da donne, erano coloro che producevano sedie di tutti i tipi e dimensioni intrecciando fili di paglia sottile su un telaio di legno con spalliera. Tra gli strumenti adoperati da questi stravaganti artigiani vi erano naturalmente i fili di paglia, gli spruoccoli, traverse in legno necessarie per stendere e intrecciare i fili, un coltello affilato per tagliarli e una stecca per favorire l'intreccio.

Tanto celebre fu quest'arte da essere menzionata in una famosa canzone del poeta napoletano Salvatore di Giacomo, 'O Vascio, che racconta la storia di una mpagliasegge che viveva, come suggerisce il titolo stesso, in un basso con il marito, il quale svolgeva la professione di Maestro d'Ascia, l'attuale falegname. Nonostante le umili e modeste origini, questa coppia aveva avuto la fortuna di dare alla luce una figlia ch' è na vera meraviglia.

Ma non finisce qui: tra le strade strette della città passeggiavano anche gli mpagliasegge ambulanti, il cui compito era quello di riparare le sedie di paglia rotte o usurate.

Seppur attualmente la maggior parte delle sedie vengono prodotte a macchina con fili sintetici o ancor peggio sostituite con quelle in plastica, resistono ancora poche e rare botteghe dove viene praticata questa originale e minuziosa arte.


Chi erano i monzù? Rivoluzionarono l'antica arte della cucina napoletana

La tradizione culinaria napoletana, oggi riconosciuta in tutto il mondo come sinonimo di gusti e ricchezze inimitabili, è il risultato delle tantissime culture che si sono susseguite nei secoli ed i "monzù" sono stati l'apice di questa evoluzione. Il"Liber de Coquina", uno dei più importanti ricettari medievali che sono arrivati fino a noi, testimonia che, già nel XIII secolo, Napoli aveva già recepito la ricercata cucina del mondo arabo, con l'utilizzo di spezie ed accostamenti inimmaginabili nell'Europa del tempo.

Così, ingredienti poveri riuscivano ad unirsi in sapori forti e genuini creando molte delle pietanze che gustiamo ancora oggi. Tuttavia, la vera rivoluzione culinaria napoletana arrivò sotto il regno dei Borbone e la conseguente influenza della raffinatissima Francia. Abbiamo parlato spesso del complicato rapporto matrimoniale fra Ferdinando IV di Borbone, il "Re Lazzarone", con l'altezzosa Maria Carolina d'Austria. Lui cresciuto come uno scugnizzo fra i vicoli di Napoli, predisposto più alla caccia ed allo sport che ai lustri nobiliari ed incline a scherzi e giochi poco consoni ad un sovrano; lei, fiera esponente della casata asburgica ed abituata a lussi ed onori di ogni genere.

Nonostante l'abissale differenza, i due sovrani trovarono un giusto compromesso coniugale: Ferdinando continuava a comportarsi da lazzarone, mentre Carolina cercava inutilmente di inculcargli la sua classe. C'era una cosa, però, che la regina non riusciva a tollerare: la cucina napoletana del tempo. Quei sapori tanto marcati e schietti la disgustavano al punto da chiedere aiuto alla sorella Maria Antonietta, Regina di Francia fino alla Rivoluzione, nota buongustaia, altezzosa quanto lei e talmente ben voluta dal popolo da essere ghigliottinata.

Per salvare il palato della sorella, Antonietta inviò alla corte di Napoli alcuni fra i migliori cuochi francesi per educare i colleghi nostrani ai gusti più in voga del tempo. La cucina napoletana, però, era troppo particolare per essere assorbita da quella d'oltralpe, anzi, avvenne l'esatto opposto: la nuova generazione di chef partenopei creò una cucina completamente nuova, che arricchiva quella tradizionale con creme e preparazioni tipiche francesi. I nuovi artisti della tavola venivano appellati col titolo di Monsieur, "signore" in francese.

Come spesso è accaduto, il termine è stato alterato fino ad arrivare ad una forma più facilmente pronunciabile nelle nostre terre: così, i monsieur divennero in tutto il Regno di Napoli, i "monsù", poi "monzù". Una etimologia confermata anche dall'Enciclopedia Gastronomica Italiana, che definisce in questo modo il termine: "traduzione dialettale napoletana e siciliana della parola francese monsieur. Monzù erano chiamati nei secoli XVIII e XIX i capocuochi delle case aristocratiche in Campania e in Sicilia perché, in epoca di influenza gastronomica francese, niente più di un titolo francesizzante pareva premiare l'eccellenza, anche se essi di solito francesi non erano."

Alle dipendenze delle più importanti famiglie nobiliari del tempo, punte di diamante indiscusse in ogni corte, i monzù arrivarono a formare vere e proprie casate nelle quali la sublime arte culinaria veniva tramandata di padre in figlio e perfezionata dopo ogni generazione. Secondo quanto riportato da ristorazioneruggi.com, fu proprio grazie ad uno di loro, tale Gennaro Spadaccino, che oggi abbiamo la forchetta con quattro punte.

Anche questa invenzione venne ordita da Maria Carolina: i maccheroni erano uno dei piatti più amati dal popolo, che per raccoglierli bene usava mangiarli con le mani, usanza che ripugnava la regina. Fu sul punto di bandirli completamente dal regno, ma non aveva fatto i conti col marito, amante sfegatato della pasta ed anche lui estimatore del gustarla con le mani. Così, per salvare matrimonio e regno, Carolina ordinò al suo monzù più fidato di creare un sistema per sostituire l'uso delle mani.

I monzù hanno rivoluzionato più di una volta l'alta cucina di Napoli e del mondo intero, ma, ormai, sono figure professionali estinte. Uno dei pochi grandi esponenti di questa nobile arte è Gerardo Modugno, l'ultimo vero monzù napoletano, che gestisce una prestigiosa accademia volta a tramandare alle future generazioni l'antica cucina aristocratica che deliziò il Regno delle Due Sicilie.


L'Acquaiuolo

Tra gli antichi mestieri napoletani, che avevano come luogo di incontro la strada, si ricorda l'Acquaiuolo. Attività presente fin negli anni Ottanta, l'acquaiuolo era un venditore ambulante, che era solito incontrare tra le stradine della città durante i mesi estivi. Dedito alla vendita di acqua fresca, era solito annunciare ogni mattina l'inizio della propria attività nel quartiere, gridando "Acquaiuolo!". A quel grido rionale diverse erano le casalinghe indaffarate nei lavori domestici che calavano dal balcone il "paniere"e qualche spicciolo in cambio di una piccola damigiana che serviva per l'acqua.

Inizialmente l'acquaiuolo era solito girare per le stradine della città trainando un piccolo carretto mediante l'aiuto di un asino mediamente giovane. Il venditore dell'acqua divenne poi proprietario di una piccola bottega fissa, oggi quasi del tutto estinta, e adornava il bancone in marmo scuro con limoni, aranci e altra frutta tipicamente estiva. La piccola bottega resiste ancora oggi soltanto in alcuni vicoletti del centro.



'O Castagnaro

Un'altra simpatica e affascinante figura da ricordare tra gli antichi mestieri napoletani è certamente il Castagnaro, colui che in possesso di piccoli e modesti oggetti, quali un fornello, un pentolone con padella e un panno di lana per trattenere il calore delle caldarroste, riusciva, durante i mesi del primo grande freddo, ad allietare le giornate dei popolani e dei visitatori con un cartoccio di castagne solitamente arrostite, più raramente lessate e cotte in un brodino insaporito con alloro, finocchio e sale.

Tipicamente apprezzate erano le "castagne d'o prevete", secche e dure da mangiare, che si trovavano sul mercato ortofrutticolo anche dopo i mesi invernali. Il Castagnaro fu un mestiere ambulante noto nella zona di Castellammare di Stabia, antichissima attività gastronomica che deve le sue origini alla vicinanza con Monte Faito, incantevole luogo ricchissimo di castagneti.

'O Mellunaro

Più conosciuto come il venditore di angurie, meloni gialli e meloni verdi(rispettivamente mellune 'eacqua, mellune 'e pane e mellune cu 'a rezza), il Mellunaro è uno degli antichi mestieri napoletani che ancora oggi traffica per le strade della città. In passato i meloni venivano conservati e appesi, dopo essere stati avvolti in un reticolo di paglia per essere consumati nel periodo natalizio. Durante i mesi estivi ancora oggi la città pullula di venditori di angurie. Da generazioni nel rione San Marco è noto per la perfetta maturazione e qualità dei suoi prodotti il Mellunaro chiamato l'inferno, venditore che presidia le strade con i suoi famosi "mellune 'e acqua"


Capera

La capera era una mobile parrucchiera che lavorando a domicilio, raccoglieva numerosi sfoghi, indiscrezioni, come dire scoop, gossip di quartiere. La sua promessa solenne di non riferirli ad anima viva era spesso disattesa. 


Sapunaro

Curioso commerciante che si aggirava tra i rioni napoletani prelevando (per rivenderli a sua volta) abiti smessi, cianfrusaglie da soffitta, roba vecchia. In cambio offriva sapone di piazza, quello giallo e molle, racchiuso in un contenitore di terracotta a forma di cono tronco detto scafarea


Zampugnari 

Giungevano in coppia fissa dall'Abruzzo e dalla Calabria per le feste del Natale: l'uno munito di zampogna, l'altro di ciaramella, strumento a fiato fatto di canne. Indossavano un giubbotto senza maniche di montone, calzavano un appuntito cappello guarnito di nastri..


IL MUZZUNARO

Quello del Muzzunaro, figura molto povera, è oggi un mestiere poco ricordato ed in taluni casi addirittura dimenticato.

In tempi antichi, il tabacco era molto più costoso di oggi e i ceti più poveri non si sarebbero potuti permettere le sigarette di marca. Per questo motivo nasce la figura del Muzzunaro.

Girava per la città anche in piena notte, avvalendosi della luce di un lanternino per cercare quanti più mozziconi di sigarette riusciva a trovare e li poneva in un cesto.

Dopo di che, li apriva e recuperava il tabacco non bruciato per rivenderlo per pochi centesimi allo Stato che, con esso, realizzava nuove sigarette destinate al mercato dei ceti più poveri.

I locali pubblici, dove era consentito fumare, erano delle vere e proprie "miniere d'oro", nelle quali si riuscivano a raccogliere moltissimi mozziconi.

Questa attività, effettuata essenzialmente per il bisogno di sopravvivere alla povertà, veniva svolta perlopiù da anziani e da scugnizzi di strada.

Il recupero dei mozziconi di sigaretta, avveniva sia "a mano", costringendo l'operatore di sorta a chinarsi in continuazione o molto più agevolmente mediante un apposito bastone dalla punta acuminata.

L'insolito raccolto fatto in strade, piazze, punti di ritrovo, bar, cinema e locali cittadini, veniva accumulato e conservato in barattoli di latta.


'O SANZARO

Tra gli svariati antichi mestieri partenopei, non ufficializzati da una dicitura professionale, da un albo della categoria e soprattutto non riconosciuto dallo stato, perchè nato dall'inventiva napoletana, c'è quello conosciuto col nome di 'O Sanzaro.

'O SANZARO (femminile 'a sanzara) indicò in primis il mediatore, l'intermediario per la compravendita di prodotti agricoli e di bestiame.

In seguito la mediazione si estese ad altre attività: sanzaro 'e nòleto (mediatore di noleggi), chi svolgeva attività di mediazione nel mercato dei noli, intervenendo e agevolando le trattative fra noleggianti e noleggiatori; sanzaro 'e mare (intermediario marittimo, mediatore di noli, o di compravendita, di assicurazioni e di altri affari nel campo dei traffici marittimi; sanzaro 'e terra (intermediario per la compravendita o affitto di case e/o terreni).

Da ultimo con significato. ancora più ampio: sanzaro 'e matremmonie (procacciatore di matrimonî) poteva essere il mediatore per fittare case o anche quello che procurava matrimoni.

Come tutti i mediatori, 'o sanzaro non agiva certo per la gloria, ma per ricevere compensi di volta in volta pattuiti in base al valore e alla difficoltà della trattativa.

Costui s'ebbe il nomignolo di cazette rosse in quanto per una sorta di identificazione alla strega dei cosiddetti paglietti, che indossavano il tipico copricapo in paglia nera, per farsi distinguere, indossava calze di color rosso come quelle dei canonici capitolari del Tesoro di san Gennaro i quali spesso si assumevano il compito di far da mediatori fra nubendi.

Ancora oggi, nella città partenopea, quando qualcuno cerca di procurare occasioni d'incontro affiché due ragazzi si fidanzino per giungere al matrimonio, s'usa accreditarlo di aver indossato cazette rosse e di avere la pessima fama di ruffiano.

Per quanto sia un mestiere quasi del tutto scomparso, in alcuni quartieri, ancora esiste la figura della sanzara. In genere si tratta di una vecchia abitante del luogo, che conosce tutto di tutti, a cui chiedere consigli per questioni di cuore, informazioni sulla ragazza di cui il figlio si è invaghito, se è un buon partito il giovanotto con cui esce la figlia e in ultimo, ma non meno importante, per evitare che diventi un'affronto alla sua persona, il coinvolgimento personale per ottenere un affitto più basso o il pagamento di quelli arretrati.


O'Franfellicaro

L'arte e l'ingegno,da sempre,sono stati i principali vanti del popolo napoletano,anche quando il lavoro scarseggiava,il partenopeo sapeva come raggranellare un pò di denaro,per sfamare la famiglia,sempre più numerosa.Fra gli antichi mestieri troviamo il Franfellicaro,il classico venditore ambilante di dolciumi.Gioia di grandi e sopratutto dei bambini,l'etimologia della parola,forse,deriva dal greco pompholux: Bolla d'aria. Evidentemente si voleva indicare così,la leggerezza di quei "pezzetti di mielazzo" come li definì un cronista nel 1847,esposti in una sporta ricurva. Le vecchie caramelle partenopee venivano ricavate tagliando in piccoli rettangoli,un impasto di sciroppo zuccherino solidificato e miele.I famosi "franfellicchi".Come nella migliore tradizione ambulante,il nostro Franfellicaro,fischiava per richiamare l'attenzione dei clienti,e quando aveva abbastanza soldi per permettersi una bancarella, utilizzava luminose lanterne,per illuminare l'offerta notturna.A metà Ottocento,però,Emmanuele Roccogià si avvale della decadenza del Franfellicaro,provocata dall'invasione dei dolci sicialiani,che "vennero come stormo di uccelli rapaci".Per ospitare la nuova moda "siciliana" le sporte ricurve furono sostituite da tavolini quadrati portatili.Anche il grido dei venditori cambiò,da "I zucchere janche,i melle, re calle i o" (Di zucchero bianco tre calle uno) a "Tre na caramella,no rà quattro caramelle". Emmanuele Rocco,che esaltava le virtù teraupetiche delle franfellicche "buon lassativo per tosse", descrive anche alcuni giochi organizzati dal venditore per incrementare la clientela. Uno di questi era di indovinare se le gustose caramelle contenute nel pugno del venditore,erano di numero pari o dispari.Un altro di aspettare che una mosca si posasse su una caramella,per indicare il vincitore della scommessa. 


'O pazzariello, ecco uno dei più simpatici e antichi mestieri di Napoli

L'arte di arrangiarsi, a Napoli, è qualcosa che si fa da secoli. Ogni napoletano nel proprio DNA conserva l'attitudine per la suddetta arte e la tramanda di generazione in generazione, anche se i nostri antenati sarebbero pronti a giurare che noi della nuova generazione ci adagiamo sugli allori, giustificando la nostra disoccupazione con la crisi e non con la pigrizia.

Anticamente invece, dire che non si trovava lavoro era impossibile e non perché esisteva il lavoro per tutti, ma perché qualora non ci fosse stato allora si dava spazio alla fantasia e a quella che prima abbiamo definito 'arte di arrangiarsi'. In molti casi la parola 'arte' descrive esattamente alcuni mestieri che nel tempo hanno caratterizzato la storia popolare della nostra città, uno di questo è 'o pazzariello.

Per incontrare un pazzariello dobbiamo collocarci nella Napoli di fine Settecento, Ottocento, e metà Novecento, si tratta di un'artista di strada stravagante e burlone che si impegna a divertire i passanti. Attualmente è facile sentir dire " che è 'o pazziariello tuojo? " quando si vuole indicare una persona considerata quasi un giocattolo, un diversivo per far ridere un po' ma il termine esatto è appunto pazzariello.


'O lampiunaro: la luce per le strade di Napoli...

Conoscere quello che è appartenuto alla storia è un bagaglio importantissimo per comprendere molti usi e costumi della società in cui viviamo. E' sempre bello perdersi nei racconti dei tempi antichi, specialmente per noi napoletani che amiamo imparare la storia tramite i ricordi dei nostri parenti, che soddisfano la curiosità più di qualsiasi libro.

Più volte, riferendoci al "napoletano", abbiamo sottolineato che non si tratta di un dialetto, ma di una vera e propria lingua, e come tale necessita di studi approfonditi per comprendere alcuni significati, molti dei quali potrebbero indicare cose o persone che ancora oggi nel quotidiano incontriamo ma che identifichiamo con nomi diversi. Attraverso il nostro viaggio tra gli antichi mestieri napoletani, proviamo volta per volta a ripercorrere tutti quei mestieri nati nella Napoli antica e che oggi sono scomparsi o si sono modernizzati.

Tante volte sentir nominare alcune figure, ci fa viaggiare con la fantasia, perché non sempre la radice della parola rispecchia il significato, ma nel caso del mestiere scelto questa volta, il significato è abbastanza intuitivo, si tratta dell'uomo che anticamente veniva chiamato 'o lampiunaro.


'O nucellaro: 'o spass 'e nucelle, cicere e fave ad ogni angolo di strada

Molto spesso, nella vita di tutti i giorni, incontriamo figure che rappresentano veri e propri mestieri che hanno alle proprie spalle anni di esperienza, sono quelli che appartengono alla stirpe degli antichi mestieri napoletani, ma che ancora oggi resistono rispetto agli altri.

Passeggiando per strada, sarà capitato a chiunque di incontrare venditori di noccioline, tostate o zuccherate, ma come nasce questo mestiere?

Molti anni fa, chi vendeva noccioline per strada veniva chiamato 'o nucellaro, o meglio 'a nucellara, dal momento che molto spesso questo mestiere era portato avanti da donne, le quali da venditrici ambulanti, si recavano di sera nelle osterie per vendere i propri prodotti.

Col passare del tempo, 'o nucellaro, ampliò la vendita dei prodotti inserendo oltre alle nocciole anche il commercio di fave, noci e mandorle, conservate nei vari scomparti del carretto che il venditore posizionava agli angoli delle strade. Noci e nocciole, quando venivano cotte sotto la cenere, erano chiamate 'e ciocele.


Napoli antica: chi è 'o gravunaro? Scopriamolo...

La curiosità è da sempre il più grande motore dell'intelligenza, stuzzica la volontà del sapere e muove i passi verso la conoscenza, ed è così infatti che molto spesso si imparano a conoscere le origini e le caratteristiche antiche di un popolo o di una città.

Il viaggio tra gli antichi mestieri napoletani, si intensifica e procede, qualche volta soddisfacendo dubbi o rianimando ricordi e altre volte stuzzicando ulteriore curiosità e fame di sapere. Oggi siamo pronti a conoscere un altro mestiere antico napoletano, 'o gravunaro.

Il carbone, fondamentale per alimentare camini, bracieri e ferri da stiro, veniva ricavato dalla legna raccolta nei boschi e portato in spalla in grossi sacchi tra i vicoli della città, da un uomo detto 'o gravunaro, ovvero il venditore di carbone.

Lui stesso aveva il compito di raccogliere il carbone che poi avrebbe rivenduto, suddividendolo nei vari tipi: 'a carbonella costosa e poco duratura, fatta di piccoli rametti e utilizzata per l'accensione dei bracieri, 'a muniglia costosa ma duratura, formata da frammenti di pezzi più grandi che venivano pressati, o' gravone il classico carbone simile a quello tutt'oggi in commercio, 'a cernatura cioè la polvere di carbone che cosparsa sulla brace faceva aumentare la durata, e 'o cocc nome che indicava l'origine del prodotto, 'carbon coke', cioè carbone minerale venduto in forme molto grandi a cui altri materiali venivano aggiunti, non produceva cattivo odore ma aveva un costo elevato.


Cosa significa e da dove nasce il termine napoletano.. sciantosa!

Te si' fatta na vesta scullata, nu cappiello cu 'e nastre e cu 'e rrose... stive 'mmiez'a tre o quatto sciantose e parlave francese...è accussí? Recita Reginella, scritta nel 1917 da Libero Bovio e ricordata oggi come una delle canzoni napoletane più famose di tutti i tempi. Ma chi era la sciantosa? Nel linguaggio attuale con questo termine, oramai divenuto di uso comune anche nella lingua italiana, si identifica una donna di bell'aspetto, vanitosa e civettuola.

Non di rado con questo termine, erroneamente, alcuni identificano donne di facili costumi pronte a concedersi ad incontri fugaci e segreti con amanti di ogni età, ma in realtà tale interpretazione è assolutamente sbagliata e ben lontana dal reale significato del termine. La sciantosa infatti, pur essendo maliziosa e provocante, faceva ben altro mestiere. Legata al mondo dell'arte e del teatro la sciantosa era un'artista del Café-chantant parigino, difatti il termine viene fatto risalire al periodo a cavallo tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento.

Il termine sciantosa difatti, rappresenta l'italianizzazione della parola francese chanteuse, traducibile in maniera letterale con il termine "cantante". Le artiste erano solite esibirsi in piccoli locali con brani tratti da canzoni popolari e brevi stralci di opere liriche. Piccole dive, osannate dal pubblico, spesso bellissime e irresistibili. Da qui l'associazione sempre più frequente del termine,ad aggettivi quali "seducente", "fascinosa" e "ammaliatrice".


'O nciarmatore: chi era e cosa faceva?

Avete mai sentito parlare di un insolito personaggio, chiamato 'o nciarmatore? Il termine rimanda subito ad "inciarmo", usato per indicare qualcosa che ha una certa predisposizione all'inganno.

Nell'antica Napoli, 'o nciarmatore era una figura molto ambigua: conosciuto da tutti come un "guaritore", in realtà non era altro che un ciarlatano, pronto ad imbrogliare le persone. Tutti erano convinti che fosse immune al veleno dei serpenti, grazie all'intercessione di San Paolo e San Domenico da Cucullo, la cui statuta, avvolta da cento serpenti intrecciati tra di loro, ogni anno viene portata in giro per l'omonimo villaggio abruzzese a cui deve il nome.

'O nciarmatore conosceva bene tutte le caratteristiche ed i segreti della medicina naturale ed era in grado di preparare i cosidetti "cataplàsemi", ovvero decotti, erbe, filtri ed impacchi alle erbe. Per questo motivo le persone più povere e poco acculturate (soprattutto nelle campagne) richiedevano il suo aiuto per far fronte alla malattia di qualche parente, credendo che potesse realmente guarirli.

Ogni volta, 'o nciarmatore, inscenava un rito per far credere a tutti che avesse doti straordinarie e guadagnarsi la loro fiducia. Col passare degli anni, la sua figura non esiste più ma comunque il termine nciamatore viene ancora usato per designare qualcuno che fa parte del mondo dei maghi e delle fattucchiere o qualcuno che tenta in qualche modo di imbrogliare qualcun altro, quali santoni e falsi medici.


'O Schiattamuorto, figura rispettata e temuta. Chi era costui?

"Je faccio 'o schiattamuorto 'e professione, modestamente sono conosciuto pe tutte 'e ccase 'e dinto a 'stu rione, pecché quann'io maneo nu tavuto, songo nu specialista 'e qualità". Inizia così una celebre poesia di Antonio de Curtis, alias Totò, intitolata proprio " 'O schiattamuorto". Ma chi era questo oscuro personaggio conosciuto da tutti e perché aveva a che fare con "nu tavuto" e cioè la bara?Non era altri che il necroforo, o come meglio lo conosciamo, il becchino o beccamorto, cioè colui che seppelliva i morti. Per alcuni il termine napoletano deriva dall'usanza dei becchini di bucherellare i corpi dei defunti, per verificare se fossero davvero morti. Per altri la parola ha origine dal verbo "schiattare" cioè "spremere" e indicava la pratica, in uso fino al Seicento, di comprimere i corpi per farne entrare più di uno nelle bare o per far perdere ai cadaveri tutti i liquidi. Secondo certi studiosi "schiattamuorto" deriverebbe dalla parola francese "croquemort" che è formato dai vocaboli "croque", letteralmente "divora", e "mort" cioè "morte". A sua volta il termine transalpino si riferisce a un qualunque animale che si nutre di carogne, corpi morti appunto. Secondo un'ironica leggenda popolare la parola italiana "beccamorto" risalirebbe invece al Medioevo, quando c'era la pratica di chiamare il medico per verificare se un uomo fosse realmente morto. Il dottore verificava allora se il defunto si muovesse infliggendogli dolore ed era solito mordergli una parte del piede, generalmente l'alluce. Se non registrava nessuna risposta allo stimolo allora si procedeva alla sepoltura. 


Chi era l'arriffatore? Scopriamo insieme questo antico mestiere...

Questa è la storia di un antico mestiere napoletano considerato oggi reato e punito con una multa che va da 51 a 516 euro. L'arriffatore, organizzatore di riffa, era un personaggio molto noto a Napoli e lo è stato fino agli anni '80.

Ma cos'era la riffa? Era un piccolo gioco come quello del lotto. Vendendo novanta numeri si permetteva di vincere qualche premio che poteva variare dal cibo all'abbigliamento, dall'uovo di Pasqua ai prodotti per il cenone natalizio e si proponeva prevalentemente in prossimità di feste, di momenti economici un po' difficili, in prossimità del periodo degli sposalizi o delle comunioni o quando i prodotti messi in palio avevano prezzi che non potevano essere comprati sul mercato se non per piccole quantità. Certe volte erano gli stessi partecipanti alla lotteria a suggerire le cose da mettere in palio per cui si poteva vincere dell'olio extravergine di oliva o dell'ottimo vino prodotto in zona, un abito un scialle, galline vive, salami, fette d'arrosto, tortani e frutta.

Il mestiere dell'arriffatore era un ricordo della dominazione borbonica a Napoli, infatti, "riffa" in spagnolo significa proprio sorteggio. Egli girava per il quartiere dove era conosciuto ed escludeva i parenti per non far nascere chiacchiere in caso di vincita. Appena i novanta numeri venivano esauriti, a mezzogiorno si metteva al centro di una piazza e richiamando l'attenzione di tutti con voce squillante e sottintesi maliziosi tirava i numeri dallo stesso panariello usato per la tombola. Le frasi sono ancora oggi usate nelle tombole natalizie di famiglia e trasmesse, insieme, ai significati della smorfia napoletana, di generazione in generazione. L'arriffatore, che la maggior parte delle volte era unfemminiello (travestito), urlava: "Neh, ca io o' tire!", oppure: "Guagliò, guarda, a mana è libbera!", ecc. Poi rovesciava sulla mano sinistra il numero che diventava il primo estratto recitandolo a voce alta da farsi sentire da quasi tutto il vicinato e assegnava il premio più importante a chi lo possedeva. Il personaggio del femminiello (in foto) viene ricordato a volte anche tra i pastori del presepe napoletano e la tradizionale riffa popolare viene ricordata oggi come "la tombola dei femminielli", con eventi e tombole cittadine.


Chi era l'ammuola forbece? Scopriamo questo mestiere perduto

Chi era l'ammuola forbece? Era l'arrotino. Con quest'ultimo termine ancora non risulta semplice inquadrare la figura, quindi, è necessaria una descrizione.

Trattasi di uno degli antichi mestieri di Napoli; era un ambulante, che di solito girava su una vecchia bicicletta o un classico carretto e andava per i vicoli della città. L'arrotino aveva una funzione importante: aggiustava coltelli, temperini, forbici et similia, per farne riparare il filo della lama. Illo tempore, tale mestiere era richiesto, a discapito di oggi che i suddetti oggetti si trovano a iosa in commercio. L'ammuola forbece era ben attrezzato; aveva, infatti, il suo tavolo da lavoro, come ogni degno mestiere di una volta. Lavorava effettuando riparazioni.


'O gliuommenaro: chi era e cosa faceva?

ha sempre avuto con la musica e la poesia un rapporto particolare. In definitiva tutti i luoghi, o quasi, di questa città hanno ispirato una canzone o un poema. Milioni di parole sono state assorbite, con il passare degli anni, dalle pietre, dai palazzi e dalle piazze del capoluogo campano. Indubbiamente possiamo affermare che i napoletani abbiano un animo sensibile spiccato e sono naturalmente propensi alla bellezza sonora che contraddistingue particolari combinazioni di parole. Forse è per questo che i partenopei hanno sempre sentito la necessità di circondarsi di versi ovunque fosse possibile. Ed è stata da questa esigenza che è nata la figura dello "gliuommenaro"